Primi fra tutti sono le innumerevoli buche che rendono le strade letteralmente inaccessibili. Inutile fare un elenco delle vie. Sono praticamente tutte. Dal centro alla Marina alla Nazionale. Strade principali e secondarie incluse.
Bisogna conoscere la mappa delle fosse per fare lo slalom ed evitare di caderci dentro. Per i forestieri é invece un rischio dettato dal caso, o per meglio dire dalla fortuna.
Con le piogge poi Gioia Tauro diventa un insieme di piccole e grandi piscine. L’acquaplaning é praticamente inevitabile e le strade somigliano a laghi artificiali.
I dossi sul lungomare servono da recipienti d’acqua piuttosto che da rallentatori per le macchine di passaggio. Per non parlare delle erbacce alte ovunque. Il cimitero continua a versare in condizioni indecenti, e i lavori alle Cisterne bloccano la via principale della città ormai da otto mesi, con i relativi danni ai commercianti del Corso e dintorni.
Non sembra esserci nessuna cosa che funzioni insomma. I cittadini sono stanchi, demoralizzati.
E la tanto criticata pista ciclabile del lungomare gioiese non può che continuare a generare lamentele. Acqua ovunque. La pista é invisibile. Ciò che da all’occhio é sempre e solo l’acqua che si raccoglie ai margini della strada, e che fa da cornice all’erba incolta intorno ai giochi dei bambini e alle panchine che dovrebbero ospitare i cittadini contenti di ammirare il mare con il suo panorama.
Di contentezza invece tra i gioiesi ne resta davvero poca. E quella che rimane é l’unica a dare speranza ad una città sottotono che ha voglia di riscattarsi.
Eva Saltalamacchia